Cerca
  • Paola Angelucci

DUE PAROLE + UNA VISIONE

Aggiornato il: feb 26

Mentre mi accingevo a scrivere questo post, ho pensato a un film degli anni ’90, Jerry McGuire. Te lo ricordi? L’agente sportivo interpretato da Tom Cruise veniva licenziato a causa della sua relazione programmatica (nella versione originale “mission sentence”) un po’ troppo visionaria. Mi piaceva molto Mission Sentence come titolo, ma temevo finisse per risultare oscuro, tanto quanto Relazione Programmatica mi suonava malissimo. Ecco, quindi, semplicemente Due Parole sulla mia passione per la bicicletta, su come sia entrata nella mia vita e sul perché abbia deciso di farla diventare il mio lavoro.



Ho iniziato ad andare in bicicletta come molte altre bambine: erano gli anni ’70 e ne avevo ricevuta una in regalo per il mio compleanno. Piccola, verde metallizzato, marca Adige. La ricordo ancora, appoggiata al muro del corridoio nella casa di mia nonna.


Qualche mese dopo, una domenica pomeriggio d’estate, tra l’erba e la polvere di un campo sportivo, con mio papà che fingeva di sorreggermi, facevo due scoperte fondamentali: l’ebbrezza dell’equilibrio instabile e l’indefinibile sensazione che in bicicletta avrei potuto arrivare ovunque.


Dalle elementari alle medie ho avuto una pieghevole arancione, poi più nulla… altri passatempi e altre passioni, fino alla fine degli anni ’80 quando, ancora una volta mio papà, quasi per caso mi fece dono di una mountain-bike. Ci volle però un po’ prima che risalissi in sella e la poverina rimase qualche tempo in cantina, dimenticata e paziente, fino a quando, complice una delusione d’amore, ne smontai parafango e portapacchi e ricominciai a pedalare. Dapprima vicino a casa, poi in giri sempre più ampi, fino a esplorare gli sterrati della Valpolicella, inerpicarmi sulle Torricelle e, finalmente, prendere la strada verso il lago. La bicicletta era il mio momento di pausa, svago e attività fisica. Per tutto il resto, dal lavoro alla spesa, dal divertimento ai viaggi c’era l’automobile.


Almeno fino al giorno in cui, come la famosa tartaruga, fui fermata da un piccolo (quanto costoso) incidente. Abbandonai la mia auto al carrozziere per qualche settimana, scoprii il treno per andare al lavoro e, stanca di aspettare un bus che non passava mai o di scarpinare quei tre chilometri di grigio non-luogo tra stazione e ufficio, acchiappai la fedele (e ormai vecchia) mountain-bike e la investii di un nuovo e decisivo ruolo.


Nei primi anni di questo millennio, scoprivo un mezzo rivoluzionario per muovermi in città.


La bicicletta è stata per me una vera rivoluzione: per andare al lavoro senza preoccuparmi del traffico, in centro senza pagare il parcheggio, a fare la spesa, a prendere l’aperitivo, a cena fuori e, volendo, anche a ballare. Sostituita la mountain-bike con una più discreta city-bike, ho iniziato ad andarci anche in vacanza, facendo viaggi che, solo qualche tempo prima, mi sarebbero sembrati inarrivabili.


Dalla city-bike alla bicicletta da corsa l’evoluzione è stata naturale, nonostante all’inizio mi sembrasse un matrimonio impossibile e adattarmi al manubrio e alla geometria diversa mi ha richiesto un po’ di pratica, ampiamente ripagata dalla velocità e dall’agilità (una bicicletta da corsa può essere caricata sul treno o nel portabagagli di un’auto in zero secondi netti, spesso senza neppure smontarne la ruota anteriore!). E anche se è una bici sportiva, nessuno mi impedisce di pedalare in gonna e i tacchi alti… con buona pace di quelli che rischiano di finire fuori strada incrociandomi!


Uso la bicicletta quasi ogni giorno: adesso fa così parte di me che a volte penso di avere un cervello che funziona a pedali! Senza per questo disdegnare altri mezzi, ma solo se il percorso è troppo lungo o disagevole per essere fatto in bicicletta. Prendo più spesso la moto e a volte viaggio in treno, mentre guidare l’automobile è rimasto un piacere che riservo ai lunghi viaggi, di preferenza notturni e su strade poco frequentate.


La bicicletta è sport, ma è anche molto di più: è il mezzo di trasporto più versatile che esista, è semplice, economica, ecologica, democratica e trasversale. Per dirla alla Ratatouille, chiunque può pedalare!


Il destino ha voluto che alla bicicletta fosse legato anche il mio inizio di carriera. Avevo appena compiuto vent’anni ed ero la prima donna ad entrare in un’azienda storica veronese, in mezzo a tutti uomini. Lavoravo in ufficio commerciale, solo a volte mi occupavo di qualche turista che entrava in negozio in cerca di assistenza tecnica o di un po’ di atmosfera locale (uno di essi, Victor, è rimasto tra i miei più cari amici).


Sono passati anni da quell’inizio. Ho cambiato aziende, settori, case, città. La bicicletta ha fatto da filo conduttore, portandomi in giro per la vita.


Il negozio di biciclette è davvero un posto dove nascono cose. Sapevi che il primo volo dei fratelli Wright è nato proprio da un negozio di biciclette? E anche i personaggi degli indimenticabili libri di Giovannino Guareschi sono nati tra telai e ruote. Così, quando ad inizio 2020, mentre il mondo chiudeva serrande e confini e io mi trovavo a chiudere un capitolo lavorativo, il negozio di biciclette mi è sembrato il posto migliore da dove ripartire e far nascere una cosa nuova.


Il mondo ha bisogno del nuovo, ora più che mai. Nuove idee. Nuovi stili di vita. E una nuova, coraggiosa visione del futuro.


Il mondo della bicicletta ha bisogno di uscire dal negozio ed entrare nelle case (e negli smartphone) delle persone, comunicando in modo diverso, nuovo, più emozionale, tecnologico, virale. Per comunicare i suoi valori più profondi e autentici, quei valori che chiunque usa la bicicletta ogni giorno già conosce, ma che sono estranei a quelli che ne devono ancora provare l’ebbrezza.


La bicicletta è destinata ad essere la protagonista della nostra nuova normalità, per far fronte a nuove norme, a nuove abitudini. Ma (e soprattutto) perché la bicicletta è davvero il mezzo di trasporto del futuro.


52 visualizzazioni0 commenti